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Cabras: dopo 3 mesi si riunisce il tanto atteso Consiglio comunale


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Paese

Dati Generali
Il paese di Cabras
Cabras è un Comune della provincia di Oristano. Situato a 9 metri sul livello del mare, lungo le rive orientali dello stagno omonimo, nella zona del Sinis. Conta 8712 abitanti. Dista 8 km da Oristano. Il borgo, ora una fiorente cittadina, è nato intorno al Castello medievale detto di Villa d´Arborea. È l´antica Crabiliis o Capriles. Il toponimo, che deriva dal latino capras, fa chiaramente riferimento ad un luogo dove erano presenti in abbondanza le capre.
Il territorio di Cabras
Altitudine: 0/93 m
Superficie: 102,18 Kmq
Popolazione: 8804
Maschi: 4407 - Femmine: 4397
Numero di famiglie: 2905
Densità di abitanti: 86,16 per Kmq
Farmacia: via Tharros, 50 - tel. 0783 290764/Piazza Martiri, 9 - tel. 0783 399019/via Cagliari, 29 - tel. 0783 399019
Guardia medica: via Tharros, 17 - tel. 0783 290585
Carabinieri: via Tharros, 203 - tel. 0783 290722
Polizia municipale: piazza E. d'Arborea, 1 - tel. 0783 392092

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Storia

CABRAS, ant. Capra o Capras, grossa terra della Sardegna, nella prov. di Busachi. Comprendevasi nell’antico giudicato d’Arborèa, nel dipartimento del Campidano di Sìammaggiore, e cresciuta poscia la sua popolazione vi si mandò a risiedere il giudice, e divenne capoluogo del mandamento, nel quale restano aggregati Baràtili, Cerfalìu, Donnigàla, Màssama, Nuràchi, Nuraji-nieddu, Riòla, Sìammaggiore, Solànas, Solarùssa.

Giace in esposizione a tutti i venti, sopra un piano in gran parte sabbioso, appoggiata alla sponda orientale del lago di Pontis, comunemente detto Mare-depontis, a un miglio dal mare, a tre dalla foce del Tirso verso tramontana, e pure a circa tre miglia da Oristano verso Pon-maestro.

Le case sono circa 910, e coi loro interstizi occupano pressochè tre quarti quadrati d’un miglio. Le stanze sono tutte al pian terreno, e le solite divisioni sono in una sala d’ingresso, che in uno od ambo i lati a destra e sinistra danno adito ad una o più camere: con in addietro un cortile per li polli, per coltivarvi qualche erba ortense, e per la legna. Le linee in cui sono disposte, il paralellismo che in alcune è stato osservato, il competente spazio che intercludono, portano certa apparenza di regolarità, e conciliano qualche bellezza al totale. Non essendo però state coperte nè di ciottoli, nè di lastre, neppure dispostosi il suolo ad un conveniente declivio, perciò nelle piovose stagioni sono non poche contrade per la loia e mota mollissime, e in alcune rimane il brago fino a che un forte sole le asciughi. Pari incomodo è nelle vie per cui vi si avvenga da altronde.

Il clima è caldo, ma per lo frequente e quasi periodico vento di mare, e per l’influenza dell’aria da tutt’altre parti ne resta mitigata la temperatura.

Grande è l’umidità, per ciò che non solo il mare e i laghi, ma il fiume, che verso sirocco-levante avvicinasi al paese poco men d’un miglio, la ramificazione complicata dai canali, che bevono da Pontis, e dodici o più paludi satollano di vapori l’atmosfera. Quindi le frequenti nebbie, che serpeggiando ingombrano la terra, e mentre nuocono mai sempre alla sanità dei corpi non usi alla loro azione, avviene che in qualche stagione dannifichino pure alle biade, agli olivi, e ad altre specie.

In questa condizione di cose non può non essere che nell’estate ed autunno non si sviluppino dei miasmi dalle acque più crasse e morte. Non per tanto è da dire, che questi agiscono poco o nulla negli abitatori, nominatamente tra i pescatori, da che null’appariscono i tristi effetti, che in altri luoghi malsani rendono tristo e doloroso l’aspetto e l’essere delle persone.

In generale godesi una salute prospera dove siasi felicemente trapassato lo spazio della puerizia: la vitalità regge in molti anche nel settantesimo anno, e furono non rari gli esempi di vecchi centenari.

Infrequenti e lievi storpiature nel popolo; invece ti si presenteranno belle proporzioni, vivace colorito, e nelle femmine tanta finezza di taglia, e sì lieto lume di avvenenza, che le crederesti le bellissime donne del-l’isola, se non ti soccorresse in altre regioni della medesima essere delle forme prestanti con la importante aggiunta di ciò che ben si sente, e mal si significa con li vocaboli bel sangue e spirito.

La fama delle belle crabarisse salì in maggior onore, poichè visitando questi luoghi, la Regina Maria Teresa d’Austria videne molte, che a di lei giudizio, la quale meglio d’altri di ciò intendevasi, potevano in paragone contender della superiorità con le istesse giorgiane, e con più sorte delle altre quella, cui in atto di ammirazione compiacque maggiormente onorare baciandola in fronte.

Il numero delle famiglie, che fu preso nella recensione parrocchiale del 1834, era sulle 900, e in queste si comprendevano anime 3556. La solita proporzione dei nati alla popolazione si calcola d’un venticinquesimo, quella dei morti ai nati di nove quattordicesimi.

Resta in questo paese finora ineseguita la comandata riforma delle sepolture. Il cemitero è nell’estremità dell’abitato in contiguità alla chiesa parrocchiale. L’uso delle nenie nei funerali non è del tutto estirpato: ma non anderà molto che le cantilene delle mercenarie prefiche cedano alla religiosa costumanza, che va allargandosi di invitare per una limosina le povere donne a temprare col canto del rosario il dolore delle parenti coronanti il feretro in atteggiamento mestissimo.

Nelle maniere di vestire non distinguerai questi dagli altri Arboresi, se non che spicca nelle donne una pulitezza squisita, e maggior leggiadria nel portamento.

La istruzione primaria non è in più alto grado, che altrove. I maggiori non sono persuasi dell’utile della istituzione; i piccoli poco diligenti; i maestri poco zelanti; il metodo non molto lodevole. Sogliono concorrere circa 75 fanciulli.

Nelle professioni meccaniche di prima necessità si esercitaranno pressochè 150 persone. Dopo i contadini, il numero maggiore è dei pescatori. Impiegansi nella tessitura non meno di 850 telai sardeschi; ma alle enormi imperfezioni della macchina supplendo la diligenza del lavoro, oltre i panni da forese, sono fabbricate delle tele, coltri, e tutte specie di lingerie, che hanno qualche merito.

Comprendesi questa parrocchia nell’amministrazione dell’arciovescovo di Arborea, nell’abitato troverai due sole chiese, la maggiore dedicata alla santissima Vergine Assunta, dove governa un vicario con l’opera di altri cinque preti; la minore sotto l’invocazione dello Spirito Santo, dove uffizia una confraternita.

Le principali feste occorrono per la nostra Donna addì 24 maggio, per s. Antonio da Padova addì 13 giugno, e nella commemorazione dell’Assunzione addì 15 agosto. La prima è più dell’altre frequentata da forestieri, e in essa siccome nell’altra del mese seguente si offre lo spettacolo della corsa dei barberi governati, com’è uso perpetuo, dai fantini, nella quale sogliono intervenire i più nobili corsieri, perchè considerevoli i premi che si propongono.

Una società di giovani, ed altra di maritati, che sono inscritti siccome operari per le spese della solennità, fanno a gara gli uni gli altri per sopravanzare, e i primi per la sola questua, i secondi per la questua, e per una quota nei singoli, studiano di raggranellare delle forti somme.

Il rispettivo palio, che è una pezza di qualche bella pannina di seta, dividesi da una e da altra compagnia in due porzioni disuguali, onde siano quattro premi, i due dei giovani per lo primo e terzo dei cavalli grandi, i due dei maritati pel secondo di questi, e primo ed unico dei puledri. Gli operari della prima società erano di vantaggio obbligati alla veglia sacra nella notte del giovedì al venerdì santo per curare i lumi che ardevano al sepolcro. E non erano le sole cere, ma molte e molte centinaja, e quasi quante le famiglie, di grandi lampadi, quale di quattro, quale di più stoppini disposte in lunghi ordini sopra panche. All’alba ciascuna famiglia, data un’offerta alla titolare, riprendeva la sua, e guardava la quantità residua dell’olio o della cera come consacrata da una benedizione, e nella sua virtù di non so quali cose efficace.

Nel Sinnis erano in altri tempi gran numero di chiese, ora non se ne stanno che due, l’altre già cadute o disfatte; e sono queste, una dedicata a s. Giovanni (titolo abbaziale) antico edifizio a tre navate con poche colonne, il quale fu non a guari ristorato; l’altra denominata dal Salvatore fabbricossi sopra alcune camere sotterranee scoperte a caso, che per certa mensa formata da due lapidi verticali con altra orizzontale, e sopravi un simulacro tarlato creduto rappresentare il Salvatore, fu stimata una chiesa. Quindi a breve intervallo sono alcuni ruderi detti Sa domo de Cubas, che la tradizione riferisce ad uno stabilimento di benedittini.

Agricoltura, pastura, pesca. La estensione superficiaria del territorio di questo comune è tanta, che se si raddoppiassero i coloni avria ciascuno in cui versare il suo sudore. Ed il terreno si vorrebbe prestare a più altri generi di coltivazione, se agisse più sollecita diligenza con maggior corredo di cognizioni.

Dannosi alla terra nella seminazione star. di grano 2500, d’orzo 300, di fave 100, di lino 150, e sopra tutto questo o null’altro, o ben poco, perchè nè del granone, nè delle diverse specie di civaie si fa stima. Queste coltivazioni patiscono spessi danni da varie cause, e non guardando alla solita scarsezza delle pioggie, che è più comune della ridondanza, le grù che in sul cominciare del verno compariscono in grandi stormi, quando s’avvisino d’un campo seminato a fave, accorronvi a scavarle sì che obbligano a nuove fatiche e dispendio, ed a una rigorosa guardia a volere che germini il seme. Quel lascino intatto le grù, toccasi alle cornacchie, che in un momento lo coprono quasi d’un nero velo instandovi operose a saziarsi.

Le escrescenze del fiume, quando son continuate, come nel 1832 che accaddero dieci alluvioni, fanno cadere tutte le speranze e restar senza premio le fatiche durate.

Il superficiale frullamento delle terre, difetto comune degli arboresi, l’imperizia nelle operazioni sono sempre, e meglio che altro, cagione del tenue frutto che percevesi.

Il suolo è opportunissimo alle viti, onde vengono con molta felicità, e maturano i grappoli prima, che altrove, onde ne’ più anni s’anticipano nel giorno di s. Bartolomeo le allegrezze del Sanmartino; negli altri non si lascia andare la prima domenica di settembre. Tanta accelerazione egli è da ciò, che per la difettosissima manipolazione del mosto i vini sentendo il calore si esarcebano, e questo rinforzando ogni dì più ancora si in-forzano sino ad una acidità troppo pungente.

Grande è il consumo di questo prodotto, e quando accada che se ne esponga in vendita di tal gusto che lusinghi, allora una moltitudine (e i pescatori sono sempre la massima parte dei concorrenti) questi tra motteggi, quelli tra discorsi che serio il tono vuotano in brev’ora una bote. I vini inaciditi si passano sul fuoco, e la quantità può ragguagliarsi ad una ottava del mosto. Questo vigneto tiene una certa varietà da cui sono quelle uve passe, che si paragonano alle migliori del commercio.

Tra le specie fruttifere le più numerose sono i fichi, peri, susini, meli, gli agrumi di molte varietà, i mandorli, gelsi, sorbi, e le palme, che darebbero in somma non meno di 15 mila individui, non messi in calcolo gli ulivi. Queste piante tra grandi e piccole sommano esse a non meno di 40 mila, e quando sia una piena produzione e non offesa dalle meteore si viene a raccogliere dal torcolo circa 8 mila barili, di cui sono serviti i valligiani d’Arborea, e fino la stessa capitale. Possano questi agricoltori badare a quanto valgano i gelsi, e così procurarsi un altro ramo di lucro, e più nella produzione sicuro, che non sono gli ulivi.

Finora non si è formata alcuna gran chiudenda, o tanca che dicono volgarmente, e le piccole sariano facilmente contenute in una dodicesima del territorio. Vi si semina e tiene a pastura il bestiame domito.

Il Sinnis è una vasta regione chiusa da ostro a tramontana per lo mare, a levante dal gran lago. In sua maggior lunghezza potresti numerare miglia 13, nella maggior larghezza 5, nella sua superficie 32 quadrati incirca delle medesime.

Distinguesi in due parti: la coltivata, dove insieme coi Crabarissi lavorano molti contadini di Riòla, Nuràchi, Baràtili, Solànas, s. Vero-Milis; l’incolta, che ingombrasi dai lentischi, corbezzoli, mirti, cistio, e dalle prunaie, è una vera landa.

Gli armenti e greggie del comune pascono tra queste macchie e nei prati, finchè mancando le sussistenze comandi l’emigrazione ad altre giurisdizioni. Le specie erano nel 1834 nei seguenti numeri. Pecore capi 7000, buoi 1500, vacche 1000, capre 450, porci 6000, cavalle rudi 1300, cavalli domiti 300, giumenti circa 800. Della bontà dei formaggi non si hanno certamente a dire molte parole di lode. Quest’arte è men conosciuta delle altre.

Il selvaggiume comprendesi nelle specie dei daini, cinghiali, lepri e volpi.

In così vasto territorio chi soffra sete sì che stenterà pria di trovare una vena a cui dissetarsi. Pari mancanza è nel sito del paese, e in sua circostanza.

Certamente non è a gran distanza il fiume; ma se nell’inverno, quando volgonsi pure le acque, e la marca non ascende a contaminarlo di salsedine, somministra buone acque, in altre stagioni è forza di bevere dai pozzi, e puoi stimare, conosciuta la condizione della località, se dolci sieno gli umori che vi spicciano. Invece sono, come te ne sarai già avvisato, molte concavità che ricevono e ritengono gran quantità di acque.

Tra questi laghi è da notarsi che il Mar-e-pontis, così denominato dai ponti sui quali si traversano i rivi che da esso portano al canale delle peschiere e al mare, e quindi riportano al suo seno. La sua circonferenza valutasi nelle 16 miglia, la lunghezza nelle 5, la larghezza compensata nei 3/2. Esso dalla parte di terra si alimenta per le acque del Cìspiri (fiume di Riòla), dalla parte di mare per l’influsso periodico nelle due giornaliere piene.

Il solcamento dei rivi è stato così condotto, che tagliano in sei e più isolette la maremma tra il fiume e lo stagno, e può immaginarsi fatto non solo a che avessero le due peschiere più bacini, dove potesse pascolare maggior numero di pesci, ma eziandio a volere che nel perpetuo timore delle notturne sorprese e repentine invasioni dei barbareschi, questi trovassero impedimento in tante fosse profonde. E il pensiero non riuscì in vano: imperocchè non ostante tanta prossimità della popolazione al lido, solo una volta ardirono gli infedeli di tentar quei guadi.

Nel canale in cui concorrono i rivi sono due peschiere, la principale tra la foce e lo stagno nominata di Pontis, e l’altra quasi sussidiaria alla foce, che appellasi Màrdini. Intramendue danno un prodotto considerabile, e per l’ordinario le l. n. 60 mila.

A destra di questo canale lungo la spiaggia per le due miglia stendesi con varia larghezza il lago di Mistras. Esso può tenersi quasi un’appendice dell’anzidescritto. Nella foce, per cui comunica col mare, è una terza peschiera.

E quando or cade in acconcio citerò pur l’altra che suole stabilirsi nell’alveo del Tirso non a molta distanza dalla sua imboccatura. Nè queste acque solamente, ma altre delle minori paludi poste verso la tramontana del paese sono riconosciute pescose.

Le principali specie, di cui è grandissima cattura, sono le anguille e i muggini. Da questi egli è che si traggono quelle belle e grandi bottarghe, che sono a dir degl’intelligenti un buonissimo leccume, un gran tornagusto.

I lupi, e non pochi sulle 30 libbre sarde (vedi per le misure sarde nell’art. Busachi prov. l’equazione metrica), prendonsi nell’acque del fiume, nel bacino principale di Pontis, e Màrdini: e dentro del Mare-e-pontis è uno spazio chiuso da palizzate sulla parte, nella quale sono stati aperti i rivi, dove in numerosissime greggie essi pascono da nessuno turbati di giorno (però che i ladri amano l’oscurità): e chi su qualche battello osasse approssimarvisi, ei si esporrebbe ai colpi della vicina torre.

La saboga, che tra tutte le altre specie è più apprezzata, vedesi nel fiume alla primavera: la canina si coglie dai calici del Mistras. Quivi quando soffia forte il maestrale, e fa traboccar nel mare con forte corrente, e più forte nell’ore del riflusso, le acque dello stagno, aperto il varco essa si vibra contro l’impeto delle medesime, e tosto vi riman chiusa per prendersi quando tenti di ritornar nel mare affrontando la corrente della piena.

Vive tra l’altre nel Mar-e-pontis certa specie di pesciolini bianchi, e se ne fa gran preda nelle serene giornate dell’inverno all’aspetto del sole, al quale essi soglion uscire e venir su. Nella immensa copia, di cui si grava il battello, il prezzo è così basso, che se ne possono nutrire anche i più poveri. Chiamasi ji, ed assai gustoso, quando abbia l’ovaja. Si fa gran salagione di anguille e muggini, e un gran smercio per tutto il regno.

Non pesci solamente, ma varie specie pure di uccelli in numerosissimi stormi frequentano queste acque nelle stagioni d’autunno e d’inverno. Non mancano i fenicotteri. Il Fara fa menzione dei cigni, e chi sa quale specie tra le molte che vengono a svernare egli voluto abbia designare.

Pesca di mar vivo. Più numerosi dei pescatori di stagno sono quelli che si affaticano sul mare, dei quali se ne può numerare circa 110 distribuiti in una dozzina di battelli. Il golfo e mari del paraggio sono abbondantissimi, e più sentita è cotanta abbondanza nell’autunno e primavera. Alcuni nella quaresima vanno sull’acque di Marceddì; prendono parte coi forestieri nella pesca delle sardelle e ne fanno salatura.

Saline. In fondo al seno del Peloso sono delle saline, che ora tengonsi in economia del R. Patrimonio, e producono un annuo reddito di circa 20 mila lire nuove. Nell’ultimo appalto queste con l’altre di Pauli-pirastu (littorale di Terralba), che sono inferiori, furono locate in scudi sardi 7000.

Delle spiagge del Crabarese, le quali dalla foce del Tirso continuano per tutto il Sinnis, è stato detto abbastanza nell’art. Busachi prov.

Antichità. Nel Sinnis sono a potersi riguardare 25 di quelle costruzioni ciclopèe che sono dette norachi: essi trovansi uno dall’altro distanti circa un quarto d’ora, e in tanto correre di tempi così patirono, che non ti verrà fatto di trovarne un solo perfetto.

Con tutto questo meritano alcun’attenzione tra i quali quello che sorge presso s. Salvatore, e distinguesi col nome di Figu de cara, nella cui volta pretendersi sia inserito un anello di non so che metallo. Queste anella dei norachi son di quelle siffatte cose, che come gli spettri, si veggono, e non si lascian toccare. Presso il littorale sono molte caverne sepolcrali.

Rovine di Tarro (Tharra, o Tharrus). Di questa città si fa menzione per Tolommeo ed Antonino.

Quegli la chiama Tharras, e la situa tra il porto Coracode (che io designo nel porto dell’antica città e colonia di Cornua, in fondo al seno che formasi per la protensione della terra del Sinnis quasi allo stesso meridiano del Marrargio), e la foce del Tirso: questi scrive Tharrus, e la fissa nella linea della via littoranea all’occidente da Tivola a Sulci a XVIII. M. P. da Cornua, o Corni, come esso porta, ed a XII. da Othoca che porrei in Oristano o in S. Giusta.

L’altra appellazione di Thirra reca il Fara nella sua Corografia; ma non da esser ammessa, siccome quella che non proviene da una rispettabile autorità. E questa chi che abbia senno vedrà nell’impostore che compilava nel medio evo gli atti del martirio del veneratissimo s. Efisio, nei quali per la piena ignoranza della condizione dei tempi affastellava tante stranezze da far strabiliare.

Alle quali memorie altra ci è dato di aggiugnere, la quale si contiene nella lapide migliaria di Cabras, che l’oculatissimo cav. Della Marmora riconobbe rinversa nell’angolo esterno d’una casa. Eccone il tenore a)… … m. pASS -.. b)… … c)… …TVS -d)… … e) PONT. MAX. TRIB. POT -f) P. P. COS. VIAM - g) QVAE DVCIT THAR -h) ROS CORNVAE VETV - i) STATE CORRVP - k) TAM. RESTITVIT. CV - l) RANTE. M. VL-m) PIO. VICTORE. E. V.-n) PROC. SVO.

L’imperatore, di cui è cancellato il nome, egli è Filippo, come ne provano altre iscrizioni su colonne migliarie, che portano la restaurazione delle vie militari sotto la prefettura di M. Ulpio Vittore. Vedi le due iscrizioni di Nuracheddus trovate dal prelodato cavaliere in sulla strada da Nora a Bizia; e l’altra che per ventura venne trovata sulla strada ad Olbia a due miglia da Terranova.

Con tali dati puossi, se mal non mi lusingo, determinare la direzione della strada da Tarro quindi a Cornua, quinci ad Othoca. La linea tra le due prime determinandosi a XVIII. M. P., che equivalgono a presso che 14 comuni (di 60 al grado), se da Corchinas (sito vero di Cornua) sia menata una retta al ponente del lago di Pontis a Cornua, e radendo il Mistras o traversandolo, questa si riscontrerà di miglia comuni 14; onde con tutta la probabilità potrassi questa direzion tenere siccome parallela o coincidente col vero tracciamento. Da Tarro poi ad Othoca essendo marcati XII.

M. P. se misurerai sulla carta (Smith.) per un arco, come vuole la curva del littorale, troverai da là ad Oristano 9 miglia comuni, che rispondono a XI. M. P. e CCCV; la qual differenza data a delle condizioni locali potreste dedurre che la strada ad Othoca era tracciata lungo il lido, che scorreva al mezzogiorno di Cabras in distanza di circa P. D., e che Othoca stava o in sul suolo della città d’Oristano, o in molta prossimità, come sarebbe presso s. Giusta.

Se rivedrai ancora l’iscrizione di Cabras, mentre ti appariranno due diversi punti di direzione, comecchè spiegati con poca esattezza grammaticale (se non sia errata la proposta leggenda) forsechè in te pure nascerà il sospetto non si diramasse presso Cabras la strada romana in un bivio, del quale una linea s’incurvasse a Tharro per la spiaggia del mare, l’altra sulla sponda orientale del lago di Pontis corresse dirittamente a Cornua.

Veramente a chi volesse da Othoca portarsi in questa colonia saria stata una perduta fatica il sovrappiù degli VIII. M. P. che avria dovuto fare in passando per Tharro. Ma non voglio insister su ciò.

Era Tharro fondato sul promontorio oggi detto di s. Marco, non lungi dalla anzinotata chiesa di s. Giovanni, e ne sono ancora tra la sabbia visibili molte vestigie insieme con i sepolcri, e le fondamenta del doppio corno del porto ora quasi del tutto colmato. Trovasi vicino un pozzo che tiene un’acqua bianchiccia e un po’ crassa siccome fosse mescolata di sapone.

I crabarissi la gustano volentieri e l’hanno grata; e così dovea accadere in un luogo aridissimo; piuttosto stupisco del Fara che abbia lodato un pozzo siffatto come un fonte perenne somministrante acque dolci.

Della fondazione di questa città chi ne potrà parlare? Non pertanto di suo prospero stato nei tempi romani nessuno vorrà dubitarne, inducendone la sua posizione a crederla una città commerciante, e la in allora popolatissima regione del Sinnis, e idonea a grandi coltivazioni ad affermare l’agiatezza dei suoi cittadini.

Volgendomi quindi nelle cagioni di sua decadenza stimo senza gran tema d’errore, che come le altre città marittime dell’isola, così Tarro abbia sperimentata la violenza dei barbari invasori dell’impero romano, poichè si fecero navigatori a danno delle isole, e delle remote provincie. Ma il più fiero tormento ella certamente pativa dagli arabi spagnuoli ed africani partecipe del destino di Cornua (V. il ch. barone Manno agli anni 1051-52).

Nè quando fu posta la Sardegna sotto l’alto dominio e protezione dei Pisani cessarono le molestie dagli infedeli, le quali anzi più rabbiosamente si accanirono, e non potendo coi Pisani, che erano più forti, sfogavano il furore sopra i loro dipendenti.

Tal condizione di cose credo essere stata la suprema ragione perchè i Tarresi nel 1070 abbandonate le antiche sedi trasportassero le loro cose più addentro. Sul quale traslocamento più cose vennero scritte poco probabili e primieramente si pose quanto era bastante a far stimare che verso quei tempi fosse questa la capitale dell’Arborea, e vi risiedesse il Giudice: a che io e meco qualunque il quale consideri le cose che si devono riguardare non acconsentirà volentieri.

Si è pure preteso che Oristano abbia avuto in quell’anno i suoi principi; la qual asserzione sembrerà non che dubbiosa, anzi improbabile come per altre ovvie ragioni, così per quello che sopra toccai intorno ad Othoca.

Finalmente diessi ad intendere che sia da quella città in Oristano trasferita il vescovo la sua cattedra; in che neppur posso senza grave sospetto di male appormi convenire.

Il vescovo d’Oristano non è egli della successione dei vescovi arborensi? Or ciò posto, o Tarro era l’antica Arborea, o non accadde mai la prenarrata traslazione. Nè Tarro fu mai detta Arborea; e in conferma della distinzione, e della esistenza d’una città chiamata Arborea, la quale sempre ho creduta per ciò che la cognominazione dei vescovi è stata sempre dai capi-luoghi di diocesi, apporterò esser ancora viva la memoria della medesima, e in alcune nozioni sulle cose ecclesiastiche della diocesi d’Oristano, cortesemente favoritemi dal-l’egregio arciv. D. Giannantonio Bua, determinarsi la posizione della medesima verso all’austro d’Oristano a distanza dal mare di un’ora.

Queste cose riguarda le dette non per abbattere le finora rispettate narrazioni, non per istabilire nuove opinioni, ma sì per avvisare che non è certezza in alcune particolarità che per gli antichi nostri istoriografi si sono aggiunte a fatti od eventi indubitati.

Popolazioni antiche del contado Tarrense nel Sinnis. Questa regione muta e squallida, tale non era in altri tempi, quando inesperta ancora delle violenze saracene, era fioritissima di popolazioni industriose. Il viaggiatore attento ne riscontra di tratto in tratto le vestigia, come i consunti avanzi d’un cadavero. I campidanesi che vi lavorano nella coltura, o vi pascono il bestiame, le appellano is biddas beccias (villaggi vecchi).

Se credasi al Fara, lasciate le spiaggie dell’Ogliastra, ricoveravasi in queste, ed occupava una terra deserta dai Saraceni, la figlia d’un re di Navarra (vedi l’art. Baunèi).

Castello di Cabras. Presso il cemitero della chiesa parrocchiale appariscono ancora alcuni avanzi, che attestano una bell’opera d’antica architettura militare. Dicesi volgarmente il castello; e perchè la tradizione porta che in esso assai usasse la famosa regina Arborense Leonora figlia di Mariano il Grande, molti lo denominano e dimostrano ai forestieri come il di lei palazzo.

Egli è per lo studio e somma diligenza posta dal ch. barone Manno nella investigazione delle antiche memorie, se m’è dato addurre sul proposito alcuna cosa. Ed ora io riguardo quelle pergamene sino a questi tempi ignorate e sepolte nell’archivio ducale di Genova, donde furono da lui prodotte non vane notizie intorno alla regia casa che i Giudici arboresi aveano in Cabras, e residenza che in qualche tempo vi solean fare (V. il lodato istor. all’anno 1130). Nibatta, madre del giudice Torbeno, avea edificata la magione di Cabras. Concessole da lui di disporne a suo talento, ella ne stabiliva la dotazione, e vietata la vendita dichiarava sua volontà che perpetuamente rimanesse in potestà di chi avesse l’imperio della provincia. Per la qual condizione la detta magione diventò casa di regno.

Questi atti appartengono all’anno citato. Nel seguente faceasi cosa di più alta importanza, però che ivi Comita segnava una carta dove si conteneva come egli avesse abbandonato la sua stessa persona e quella del figlio insieme con il regno e con tutto il suo patrimonio al comune di Genova, e per esso al console Ottone Gontario, il quale era passato nell’isola come legato della repubblica. – Nell’anno 1164 Barisone di Logudoro col fratello Pietro giudice del Caralese facendo oste sopra l’Arborea, e ponendo ogni cosa a ferro e fuoco, Barisone che avea il governo di questa provincia, fuggitivo e perdente si ricoverava nel castello di Cabras.

Aboliti i giudici e poi i marchesi d’Oristano, gli stranieri poco si curarono di questa rocca. Non pertanto avuto riguardo alla maniera in cui ne parla il Fara possiam stimare che stesse ancora intera al suo tempo, e fossero chiare le vestigie del fosso, in cui si torcessero le acque del Mar-e-Pontis a isolarla perfettamente.

Notizie istoriche. Alle già arrecate sia aggiunga che nel 1509 da molte galere turchesche che rendevano infesti i lidi e mari dell’isola postasi giù della gente in questa spiaggia, ebbero i Crabarissi a patire gravissimi danni, e molti a servire agl’infedeli; e che della squadra speditasi dal vicerè di Napoli a rispingere i barbari restaron perdute tre galere, tra le quali la sarda.

Degna cosa è pure da ricordarsi che nel 1637, venuta nel golfo d’Oristano la flotta francese capitanata dal conte di Harcourt e dall’arcivescovo di Bourdeaux, questi popolani, veduto i nemici superar l’opposizione che facea allo sbraco la torre del porto, furon costretti alla fuga per non vedere la devastazione dei loro campi, lo spogliamento delle case, nè soffrir anche peggio dalla licenza militare.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Cabras
24 Maggio: Santa Maria Assunta, festa della Santa Patrona
13 Giugno: Sant'Antonio da Padova
29 Giugno: San Pietro patrono ( frazione di Solanas)
29 Agosto: San Giovanni
1° domenica di Settembre: San Salvatore e la “Corsa degli Scalzi” – La chiesa di San Salvatore si trova nell’omonimo villaggio che sorge lungo la strada che da Cabras conduce alle spiagge e alla città di Tharros. I festeggiamenti, preceduti dalla novena, si concludono con la “corsa degli scalzi”, una processione in cui il simulacro del Santo viene portato di corsa e, a piedi nudi, dal villaggio a Cabras, nella chiesa di Pieve Santa Maria Assunta.